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06 ottobre 2017
08 dicembre 2016
26 settembre 2016
Domande per lo studio di: Roma dalla monarchia alla repubblica
La cacciata dei Tarquini e la nascita del consolato (pp.205-206)
1. Dopo la cacciata dei re chi assunse il potere.
2. Quale magistratura prese il posto della monarchia.
3. Che cosa significa magistratura collegiale
4. Ogni quanto venivano eletti i consoli
5. Quali erano le caratteristiche del potere dei consoli, quali le loro funzioni
6. Che cos'è il diritto di veto
7. Quando veniva nominato un dittatore, da chi era nominato, per quanto tempo rimaneva in carica
8. Da chi erano affiancati i consoli nella amministrazione del potere
Le magistrature repubblicane e il Senato (p.210-211, vedi anche schemi a p.210 e 211)
9. Quali erano le caratteristiche comuni a tutte le magistrature
10. Quali erano i compiti di: questori, edili, pretori e censori
11. Che cosa era il Senato, come si diventava senatori, quali erano le sue funzioni
Il popolo e i comizi (p.212 , vedi anche schemi a p.210 e 211)
12. Quali erano le principali assemblee popolari
13. Che cosa erano i comizi centuriati
14. Da quante classi erano composti
15. Che cosa era la centuria
16. Quante centurie formavano i comizi
17. Perché si chiamavano centuriati
18. Come funzionava il sistema di voto
19. Quante centurie fornivano i "capite censi"
20. Che cosa significa capite censi
21. In base a quale criterio erano formati i comizi tributi
22. Che cosa era la tribù
23. Quali magistrati eleggevano
24. Che cosa erano i concili tributi
25. Che cosa erano i plebisciti
26. Che cosa stabilì nel 287 la lex Hortensia
Società e istituzioni nella Roma del V secolo a.C. (pp.209-210)
27. Che cosa avvenne nel 494
28. Come venne risolto il conflitto, con quale discorso Menenio Agrippa convinse i plebei (leggi il racconto di Livio al link Il discorso di Menenio Agrippa)
29. Quali leggi tra il V e il III secolo portarono a una graduale eliminazione della esclusione dei plebei dalla vita politica (trova il nome delle leggi al link leggi romane di wiki)
30. Che cos'è l'ager publicus
31. Quando venne redatto il primo codice di leggi scritte
32. A chi fu affidata la redazione del codice
33. Quale leggenda è associata alla vicenda della scrittura delle leggi
34. Come ci è arrivato il testo dell'antico codice
22 settembre 2016
Domande per lo studio di: Le origini e la più antica storia di Roma
Per rispondere alle domande studia il video di Elio Lo Cascio a questo link e il capitolo 11 pp.191-201
LE FONTI
LE FONTI
- Quali sono le principali fonti letterarie della storia di Roma
- Quali sono quelle più attendibili
- Che cosa ci permettono di conoscere
- Che cosa hanno studiato gli archeologici
- Racconta in un breve testo la storia della nascita di Roma sulla base delle informazioni fornite dalla documentazione archeologica
- Che cosa raccontano le tre leggende sulle origini di Roma
- Dove venne fondata Roma.
- Perché il luogo è importante. Quale era la merce più importante che si trasportava sul fiume.
- Che cosa significa Settimonzio. Memorizza i nomi dei sette colli di Roma sulla mappa a p.193.
- Quale importante informazione ci danno le scoperte sui due usi funerari, inumazione e incenerazione, diffusi nella Roma antica
- Studia i nomi dei sette re di Roma
- Come si chiama il potere del re
- Quali sono le tre tribù
- A che cosa si deve la divisione in tre tribù
- Quante sono le curie
- Perché lo studioso dice che questa organizzazione è artificiale
- Che cosa significa curia
- Che cosa sono i comizi curiati
- Che cosa significa Populus Romanus Quirites
- Che cos'è il senato
- Come veniva eletto il re a Roma
- Spiega chi erano i patrizi, i plebei e i clienti nella Roma antica
- Che cosa significa l'espressione "grande Roma dei Tarquini"
- Insieme a quali altri popoli Roma partecipa ai traffici nel Mar Mediterraneo
- Che cosa sono le lamine di Pirgi
- A quando risale il primo trattato tra Roma e Cartagine secondo Polibio, che cosa stabilisce il trattato
- Qual è il tempio più grande della penisola italiana alla fine del VI secolo a.C.
- Come è chiamato il potere del padre nella famiglia romana. Chi era sottomesso a questo potere. Che natura aveva questo potere
- Quali erano le tre forme di matrimonio a Roma
- Chi poteva chiedere il divorzio
- Come si diventava schiavi. Chi era il liberto. (vedi approfondimento p.199)
- Come era strutturato il sistema onomastico romano, quali erano i nomi delle donne (vedi approfondimento a p.200)
- Quali erano le principali divinità romane
- A che cosa erano interessati i Romani nel rapporto con le divinità
- Che cosa significa religione "aperta"
- Chi erano i Lari, i Penati, Giano.
- Il re era anche sacerdote
- Chi era il pontefice massimo. Quali erano i suoi poteri
- Quali altri sacerdoti esistevano
- Che cosa erano i Libri Sibillini
24 agosto 2016
26 maggio 2016
Video UniNettuno: lezione di introduzione al corso di storia romana del prof. Elio Lo Cascio dell'Università di Napoli "Federico II"
COMPITO (FLIPPED LESSON)
LE ORIGINI E LA PIU' ANTICA STORIA DI
ROMA
1. ANNALISTICA E
ANTIQUARIA LA DOCUMENTAZIONE ARCHEOLOGICA
2. LE STRUTTURE
SOCIALI E POLITICHE PIU' ANTICHE
3. LA GRANDE ROMA
DEI TARQUINI
1.ANNALISTICA E
ANTIQUARIA LA DOCUMENTAZIONE ARCHEOLOGICA
ANNALISTICA
E ANTIQUARIA (MINUTI 0-9:38)
ANNALISTICA: LE FONTI PER
LA RICOSTRUZIONE DELLA STORIA PIU' ANTICA DI ROMA:
LIVIO E DIONIGI DI ALICARNASSO
NARRAZIONI CONTINUE ETA' AUGUSTEA I SECOLO A.C. I SECOLO D.C.
FABIO PITTORE E CINCIO ALIMENTO
ANNALISTI (ANNALI DEL COLLEGIO DEI PONTEFICI) FINE III SECOLO A.C.
PRIMO STOP 5 MINUTI
ANTIQUARIA: VARRONE (I SECOLO A.C.) E
PLINIO IL VECCHIO (I SECOLO D.C.) ANTIQUARI I SECOLO
EVENTI LEGGENDARI E INATTINGIBILI
DOCUMENTAZIONE ARCHEOLOGICA
INSEDIAMENTI
NECROPOLI CONTESTI FUNERARI
NECROPOLI CONTESTI FUNERARI
TEMPLI SANTUARI DEPOSITI VOTIVI
MURA
INSEDIAMENTI (MINUTI 9:38 – 16:08)
ROMA SORGE IN UN LUOGO STRATEGICO
POSIZIONE FIUME TEVERE VICINO GUADO
PRIMI INSEDIAMENTI SUI COLLI SONO
VILLAGGI SUI VARI COLLI SEPARATI DA BASSURE PALUDOSE
COLLE PRINCIPALE PALATINO
CAPANNE LA LORO FORMA E' TESTIMONIATA
DA URNE CINERARIE A FORMA DI CAPANNA
I VILLAGGI SI AGGREGANO, LE ZONE
PALUDOSE VENGONO RESE ABITABILI, LA CLOACA MAXIMA. PERIODO ARCAICO
DALLA FONDAZIONE ALLA FINE DELLA MONARCHIA.
LE NECROPOLI E CONTESTI FUNERARI
(16:08 – 18:48)
DOCUMENTANO A PARTIRE DA VIII SECOLO
SOCIETA' DIFFERENZIATA TRA PIU' RICCHI (INCENERANTI) E PIU' POVERI
(INUMANTI)
TEMPLI SANTUARI DEPOSITI VOTIVI
(18:48-19:30)
NEL PERIODO MONARCHICO I RITROVAMENTI
ARCHEOLOGICI TESTIMONIANO CONTATTI CON ORIENTE TRAMITE GRECI ED
ETRUSCHI
MURA (19:30-19:55)
TESTIMONIANO CHE ALLA FINE DEL VI
SECOLO (FINE PERIODO MONARCHICO) ROMA E' UN CENTRO DI RILEVANTI
DIMENSIONI
2. LE STRUTTURE
SOCIALI E POLITICHE PIU' ANTICHE (FONTI ANTIQUARIE)
MONARCHIA ROMULEA (19:55 – 22:41)
IL PROBLEMA DEI SETTE RE DI ROMA
MONARCHIA ELETTIVA VITALIZIA
IL MONARCA E' UNO STRANIERO E' UN
SIGNORE ASSOLUTO IMPERIUM (POTERE DI COERCIZIONE ASSOLUTO) MILITARE E
NELLA CITTA'
TRIBU' E CURIE (22:41 -25-33)
TRIBU' E CURIE (22:41 -25-33)
ORGANIZZAZIONE DEL CORPO CIVICO CIOE'
DEI CITTADINI-ABITANTI
TRE TRIBU' TRENTA CURIE ISTITUITE DA
ROMOLO
RAMNES TITIES LUCERES
ORIGINE DELLA DISTINZIONE DELLE TRE
TRIBU': TRE NUCLEI ETNICI DIVERSI: LATINI (RAMNES), SABINI (TITIES),
ETRUSCHI (LUCERES)
TRENTA CURIE DIECI PER OGNI TRIBU'
STRUTTURA PRODOTTO ARTIFICIALE
CURIA COVIRIA OVVERO INSIEME DI UOMINI
DI MASCHI ADULTI
LE CURIE SONO LA BASE PER LA PRIMA
ASSEMBLEA DI ROMA I COMIZI CURIATI
POPULUS ROMANUS QUIRITESQUE (25:35-27:37)
INDICA DUE ENTITA' DIVERSE: IL POPOLO ROMANO E I QUIRITI
POPULUS ROMANUS E' L'ESERCITO
QUIRITES (COVIRITES: RIUNIONE DEGLI UOMINI ROMANI ADULTI PER CURIE) SONO I ROMANI RIUNITI PER CURIE
L'ESPRESSIONE INDICA LA DUPLICE NATURA DEL CORPO CIVICO ROMANO 1. ESERCITO E 2. CORPO CIVICO
ESERCITO 3000 FANTI E 300N CAVALIERI
IL SENATO (27:38-
28:30)
ASSEMBLEA DEI PADRI DI FAMIGLIA CONSIGLIO DEGLI ANZIANI CHE SI FORMA NEL PERIODO DELL'AGGREGAZIONE DELLE VARIE FAMIGLIE E GENTES (SINECISMO)
ASSEMBLEA DEI PADRI DI FAMIGLIA CONSIGLIO DEGLI ANZIANI CHE SI FORMA NEL PERIODO DELL'AGGREGAZIONE DELLE VARIE FAMIGLIE E GENTES (SINECISMO)
IMPORTANTI PER LA SUCCESSIONE DEL RE
PROCEDURA COMPLESSA
INTERREGNO (28:30 – 29:43)
INTERREGNO (28:30 – 29:43)
I PATRES A TURNO REGGONO LA RES PUBLICA
FINCHE' NON VIENE TROVATO IL NUOVO RE
3. LA GRANDE ROMA
DEI TARQUINI (29:45 - FINE)
CITTA' ETRUSCA CIOE' GOVERNATA DA RE ETRUSCHI
ROMA DEI RE ETRUSCHI ERA UNA CITTA' GRANDE RICCA, CON UN ELEMENTO MERCANTILE IMPORTANTE, COME LE CITTA' ETRUSCHE E GRECHE DELLO STESSO PERIODO
CITTA' ETRUSCA CIOE' GOVERNATA DA RE ETRUSCHI
ROMA DEI RE ETRUSCHI ERA UNA CITTA' GRANDE RICCA, CON UN ELEMENTO MERCANTILE IMPORTANTE, COME LE CITTA' ETRUSCHE E GRECHE DELLO STESSO PERIODO
RICOSTRUZIONE CONFERMATA DA
DOCUMENTAZIONE ARCHEOLOGICA
ROMA PARTECIPA AI TRAFFICI COMMERCIALI
DEL TIRRENO: GRECI (FOCEI) ETRUSCHI E PUNICI (CARTAGINE) (NON SEMPRE
PACIFICI)
LAMINE DI PIRGI (CERE CITTA' ETRUSCA)
TESTO BILINGUE: ETRUSCO E PUNICO
PRIMO TRATTATO COMMERCIALE ROMA
CARTAGINE (POLIBIO 3,22 II SECOLO A.C.) NEL PRIMO ANNO DELLA
REPUBBLICA (FINE SESTO SECOLO) ROMA POTENTE CHE CONTROLLA IL TRATTO
DA OSTIA E TERRACINA.
LO TESTIMONIA ANCHE IL TEMPIO DI GIOVE
CAPITOLINO, UN TEMPIO ENORME CHE TESTIMONIA LA GRANDEZZA DI ROMA
TESTIMONIANO LA GRANDEZZA DI ROMA ANCHE
IL CIRCUITO DELLE MURA E L'ESTENSIONE DELLA CITTA', CITTA' ENORME PER
IL TEMPO.
11 marzo 2016
28 gennaio 2016
15 gennaio 2016
04 novembre 2015
06 ottobre 2014
Potere e donne: Lucrezia e Virginia
Tiziano, Lucrezia
Due episodi importanti della storia di Roma antica: la cacciata dei re e la fine del potere tirannico dei decemviri capeggiati da Appio Claudio e incaricati di scrivere le tavole delle leggi, accadono in seguito ad atti di violenza compiuti su donne. Nel primo caso la vittima è Lucrezia, nel secondo Virginia.
Livio racconta i due episodi nel I libro della Storia di Roma (Ab urbe condita)
Lucrezia è la bella e virtuosa moglie di Tarquinio Collatino, nobile romano.
Sesto Tarquinio, figlio del re Tarquinio il Superbo, quando la vede decide di possederla a tutti i costi. Una notte si reca dalla donna all'insaputa del marito impegnato in guerra e di fronte alla resistenza della donna la stupra.
Lucrezia, sconvolta dalla violenza subita, chiama il padre e il marito e dopo avergli raccontato quanto le è accaduto e avere chiesto vendetta al marito e agli uomini che sono con lui, tra i quali Giunio Bruto, figlio di una sorella del re, si uccide con una pugnalata al cuore.
Bruto giura vendetta e guida la rivolta dei giovani romani contro il re e la sua stirpe liberando Roma e i romani dalla monarchia.
L'episodio accade durante l'assedio dei romani alla città di Ardea.
Virginia, figlia di un plebeo, viene chiesta come schiava da Appio Claudio , sebbene sia promessa sposa ad Icilio.
Appio Claudio è uno dei dieci decemviri incaricati della scrittura del codice delle leggi, nel periodo del suo incarico si impossessa, mettendosi a capo degli altri decemviri, del potere.
Al culmine del suo potere Appio Claudio decide di impossessarsi della giovane Virginia. In difesa della donna accorrono il padre, Virginio, e il promesso sposo, ma a nulla vale la loro opposizione tanto che Virginio per non far subire alla figlia l'offesa dello stupro la uccide colpendola al petto con un coltello.
Dopo questo fatto atroce la plebe di Roma si ribella depone Appio Claudio e i decemviri e ristabilisce i suoi diritti.
In entrambi gli episodi la violenza sessuale nei confronti di una donna è associata all'esercizio di un potere anarchico, svincolato dal rispetto della più elementari regole della convivenza umana.
Fin dai tempi più antichi l'ordine di una comunità civile ha il suo fondamento nel possesso e controllo del corpo delle donne appartenenti alla comunità, perché il possesso e controllo del corpo della donna garantisce all'uomo la paternità dei propri figli; ed è sul riconoscimento della paternità che le società primitive fondano l'ordine della loro organizzazione sociale e politica (vedi E.Cantarella, L'ambiguo malanno, La donna nell'antichità greca e romana, Einaudi Scuola, p.39)
Per questo, quando il controllo sul corpo e il possesso della donna viene messo in pericolo, gli uomini sono disposti a ribellarsi e a cacciare colui che lo ha messo in pericolo.
I due episodi di Lucrezia e Virginia raccontano che cosa avviene quando questo accade.
"Bruto, mentre gli altri erano in preda allo
sconforto, estrasse il coltello dalla ferita e, brandendolo ancora
stillante di sangue, disse: "Su questo sangue, purissimo prima che un
principe lo contaminasse, io giuro e chiamo voi a testimoni, o dèi, che
di qui in poi perseguiterò Lucio Tarquinio Superbo e la sua scellerata
moglie e tutta la sua stirpe col ferro e col fuoco e con qualunque mezzo
mi sarà possibile e non permetterò che né loro né nessun altro regni
più a Roma."
(Livio, op.cit, I,59)
"Verginio, minacciando Appio
con il pugno chiuso, gridò: "Mia figlia, Appio, l'ho promessa a Icilio e
non a te, e l'ho allevata per le nozze, non per lo stupro. A te piace
fare come le bestie e gli animali selvatici che si accoppiano a caso? Se
questa gente lo permetterà, non lo so: ma spero che non lo
permetteranno quelli che possiedono le armi!"" (Livio, op.cit, III,47)
Roma conquista l'Italia
Dopo essere divenuta una repubblica, Roma, in poco più di due secoli, dal 509 al 272, sconfisse città e popoli italici ed estese il suo dominio su gran parte del territorio italiano.
Con i popoli sconfitti e le città conquistate Roma stabiliva patti e alleanze di diverso tipo.
I patti potevano essere foedera equa e foedera iniqua. I foedera equa erano patti tra pari che prevedevano un obbligo reciproco di difesa, i foedera iniqua erano patti che stabilivano gli obblighi dei socii, gli alleati, nei confronti di Roma; di solito gli alleati conservavano l'autonomia politica, ma dovevano fornire soldati e combattere per Roma. Nella maggior parte dei casi Roma stringeva con i popoli sconfitti foedera iniqua.
I soci latini, ovvero i popoli latini alleati di Roma avevano alcuni diritti particolari, per esempio il diritto di conubium, ovvero il diritto di sposare un cittadino o una cittadina romana, e lo ius migrandi, diritto di migrazione, ovvero il diritto di trasferirsi a Roma e di acquisire la cittadinanza romana.
I cittadini delle città conquistate erano "cives cum suffragio", ovvero cittadini che godevano del diritto di voto dei cittadini romani, oppure "cives sine suffragio" ovvero cittadini senza diritto di voto.
Il sistema di alleanze non era immutabile e le città e i popoli conquistati potevano acquisire o perdere vantaggi a seconda del loro comportamento con Roma.
Le terre espropriate ai popoli conquistati erano chiamate ager publicus ovvero terra pubblica.
Sull'ager publicus Roma fondava le colonie. La colonia romana era un territorio abitato da cittadini romani che avevano tutti i diritti civili e politici dei cittadini romani che abitavano a Roma. La colonia latina era invece abitata da cittadini provenienti dalle città latine alleate di Roma, questi cittadini non avevano i diritti politici dei cittadini romani e dovevano fornire soldati e combattere per Roma.
Questo sistema di conquista e di potere fece di Roma la città che avrebbe a lungo dominato su una vasta area delle terre intorno al Mediterraneo. Tra Roma e i popoli conquistati si realizzò lentamente un processo di acculturazione che portò a una unificazione sociale e culturale.
La guerra contro Porsenna re di Chiusi (509-504 a.C.): Orazio Coclite, Muzio Scevola e Clelia.
I racconti delle più antiche guerre della repubblica romana sono avvolti in un alone di leggenda e narrano di eroi ed eroine che si sacrificano per la città.
Tarquinio il Superbo dopo essere stato cacciato da Roma aveva chiesto aiuto per tornare in città a Porsenna, re della città etrusca di Chiusi. Ma grazie al coraggio dei suoi cittadini Roma riesce a sconfiggere il nemico. Orazio Coclite affronta da solo l'esercito di Porsenna, mentre i romani tagliano il ponte Sublicio sul Tevere, e poi si getta nel fiume e si salva a nuoto, come racconta Livio, oppure muore annegato, come racconta Polibio.
Muzio Scevola, penetrato nell'accampamento etrusco con l'intento di uccidere il re Porsenna e avendo per sbaglio ucciso uno scrivano al posto del re, lascia bruciare la mano destra su un braciere davanti al re e da allora fu soprannominato Scevola, cioè mancino.
Clelia una ragazza romana, prigioniera di Porsenna, si libera e attraversa a nuoto il Tevere con altre donne romane, restituita a Porsenna, questi la libera colpito dal coraggio della giovane donna; a lei i romani eressero una statua che rappresentava una fanciulla a cavallo.
Porsenna, che aveva attaccato e assediato Roma per ristabilirvi Tarquinio il Superbo, alla fine fu costretto a ritirarsi.
La battaglia del lago Regillo e la lega latina (496 a.C.)
In seguito Roma dovette affrontare le città latine, lo scontro si concluse con la battaglia del lago Regillo nel 496. Tra Roma e le altre città laziali fu stipulato un patto di alleanza tra pari. Nel 340 le città latine alleate si ribellarono, Roma le sconfisse e nel 338 sciolse la lega. Con i popoli e le città latine Roma stabilì patti di natura diversa, che riconoscevano la supremazia di Roma e legavano i popoli latini alle decisioni di Roma. I latini comunque godettero sempre di privilegi maggiori rispetto agli altri alleati dei romani. Per esempio quando si trasferivano a Roma potevano diventare cittadini romani in base allo ius migrandi, inoltre partecipavano alla divisione dei territori conquistati su cui venivano fondate colonie miste di Romani e Latini.
Le guerre contro i popoli appenninici (Equi, Volsci, Sabini) (V secolo)
Insieme ai latini Roma combatté e sconfisse i popoli appenninici, Equi, Volsci e Sabini, che cercavano di stabilirsi nelle pianure latine. Durante queste guerre più volte i plebei si rivoltarono contro i patrizi chiedendo maggiori diritti. Nel 494 in seguito a una di queste rivolte la plebe ottenne l'elezione dei tribuni della plebe, magistrati inviolabili, che proteggevano i plebei dai soprusi dei patrizi. (vedi post la lotta tra patrizi e plebei)
La sconfitta di Veio (396 a.C.)
Veio era una antica città etrusca situata a nord-ovest di Roma a poca distanza dalla riva destra del fiume Tevere. Le due città nel corso di più di trecento secoli si erano più volte scontrate per il controllo del commercio del sale sul fiume Tevere. Nel 396 l'esercito di Roma, comandato da Furio Camillo, dopo un lungo assedio sconfisse e distrusse la città. L'ager veientanus, cioè il territorio della città, venne distribuito tra i cittadini romani, sia patrizi sia plebei.
Nel 1997 nel territorio dell'antica città è stato istituito un parco naturale ricco di siti archeologici.
L'incendio di Roma: i Galli Senoni saccheggiano la città (390 a.C.)
I celti, o Galli, erano un gruppo etnolinguistico di tribù, provenienti dall'Europa centrale (Austria, Germania meridionale, Svizzera) che a partire dalla metà del V secolo si diffusero in Europa. Alcune tribù di Celti si stabilirono nella Pianura padana e stabilirono la loro capitale a Midland, ovvero città "nel mezzo della regione", l'attuale Milano, detta dai Romani Mediolanum.
Nel 390 a.C. la tribù celtica dei Senoni guidata da Brenno sconfisse l'esercito romano nella battaglia di Allia e poi si diresse a Roma, la saccheggiò e incendiò. I Romani dovettero patteggiare il pagamento di un riscatto in oro perché i Galli abbandonassero la città.
Al saccheggio dei Galli è legato il famoso episodio delle oche del Campidoglio. Il Campidoglio era l'unico luogo sfuggito alla razzia dei Galli, la notte che questi avevano deciso di attaccarlo le oche sacre a Giunone starnazzando avvertirono i soldati che respinsero l'assalto al colle.
Dopo l'assedio e l'incendio dei Galli i Romani costruirono una nuova cinta muraria, le cosiddette mura serviane, una parte di queste antiche mura è ancora visibile nei pressi della Stazione Termini.
Le guerre sannitiche (343-290)
I Sanniti erano una federazione di tribù che abitavano la regione appenninica dell'Italia centro meridionale, corrispondente all'incirca alle attuali regioni di Molise, parte della Campania, dell'Abruzzo e della Basilicata, con capitale Boviano (attuale Bojano).
Roma entrò in conflitto con i Sanniti quando a partire dalla metà del IV secolo cominciò ad espandersi verso sud, oltre il fiume Liri, nel territorio di influenza sannita. Durante la seconda guerra sannitica, nel 321, Roma subì una grave sconfitta, i Sanniti umiliarono i soldati romani costringendoli a passare sotto dei bastoni infilati a terra, le forche caudine. Fu una delle sconfitte più gravi della storia romana. La seconda guerra sannitica si concluse, nel 304, a favore dei Romani, che costrinsero i Sanniti a stipulare un trattato, in cui rinunciavano al controllo della valle del Liri e delle città campane a sud del fiume.
Pochi anni dopo i Sanniti, insieme agli Etruschi, i Galli e gli Umbri, attaccarono di nuovo i Romani con l'obbiettivo di sconfiggerli e bloccare la loro espansione in Italia.
Nel 295 a Sentino, nel territorio delle attuali Marche, ci fu la "battaglia delle nazioni", i Romani vinsero e si imposero come dominatori. I Sanniti resistettero ancora combattendo fino al 290, ma alla fine si arresero, divennero alleati di Roma e per lungo tempo dovettero combattere per i Romani.
La conquista di Taranto (280-272 a.C.)
Taranto, colonia spartana fondata nel 706 , era divenuta nel corso del V secolo la principale città della Magna Grecia.
Nel corso del IV secolo le città della Magna Grecia subirono gli attacchi dei popoli italici, Sanniti, Bruzi e Lucani, dai quali non riuscirono a difendersi.
I Romani, già da tempo in contatto con le città greche di Cuma e Napoli, dopo la sconfitta dei Sanniti, si allearono con i Lucani che volevano conquistare Taranto.
La città tentò di difendersi chiamando in suo soccorso prima la madrepatria e poi il re dell'Epiro Pirro, ma nonostante due vittorie nel 280 e 279, (vittorie inutili da cui l'espressione "vittoria di Pirro"), alla fine Pirro fu sconfitto e Taranto venne conquistata da Roma nel 272 a.C..
Al termine della guerra contro Taranto il territorio che Roma aveva conquistato e messo sotto il proprio controllo comprendeva la maggior parte dell'Italia a sud del Lazio.
Da Taranto giunse a Roma, come schiavo, Livio Andronico, che diede inizio alla letteratura latina con la traduzione in latino dell'Odissea di Omero e con le prime commedie e tragedie del teatro latino.
La lotta tra patrizi e plebei
Il colle Aventino
Per più di due secoli, dal V all'inizio del III secolo, la vita pubblica di Roma fu caratterizzata dalla lotta tra patrizi e plebei. Questa lotta ebbe luogo nel periodo in cui Roma combatté contro i popoli per la conquista della penisola italiana, e spesso le lotte politiche interne si sovrapponevano e intrecciavano alla guerra contro i nemici esterni.
Fu una lotta molto aspra, che vide contrapposti da una parte i patrizi, ovvero gli appartenenti alle antiche e ricche gentes della città e dall'altra la plebe, ovvero la massa, la moltitudine degli abitanti della città, privi di diritti civili e politici e sottoposti ai soprusi dei patrizi.
I plebei di Roma però non accettarono mai passivamente la loro sottomissione e lottarono per più di due secoli durante i quali riuscirono a conquistare la parità di diritti con il patriziato.
All'inizio del periodo repubblicano i plebei non avevano nessun diritto politico e tra i due gruppi vi era una rigida separazione, tanto che tra patrizi e plebei non era consentito il matrimonio.
Nel 494 in seguito a una violenta protesta, la secessione sull'Aventino, i plebei ottennero dei propri magistrati, i tribuni della plebe, che erano inviolabili e sacri, cioè non potevano essere toccati dai magistrati patrizi e avevano il potere di intercessio, ovvero di bloccare le decisioni dei consoli che erano dannose per la plebe. Le decisioni prese dai plebei nelle loro assemblee erano i plebisciti, plebis scita ovvero decisioni (scita) della plebe (plebis). (Livio, Ab urbe condita: la secessione sull'Aventino e il discorso di Menenio Agrippa).
Un altro momento di tensione tra patrizi e plebei fu durante il periodo del decemvirato. Nel 451-450 vennero eletti dieci magistrati con il compito di scrivere le leggi di Roma. Questi magistrati avevano un potere straordinario e dopo aver scritto le Dodici Tavole, guidati da Appio Claudio, cercarono di imporre il loro potere al popolo di Roma. Ma ancora una volta il popolo romano insorse e, come aveva pochi decenni prima cacciato Tarquinio il Superbo, cacciò Appio e i decemviri. E' singolare che anche questa volta all'origine della rivolta ci fu, secondo il racconto di Livio, una violenza contro una donna: Virginia. (Potere e donne; Lucrezia e Virginia)
Risolto il conflitto il testo delle XII Tavole fu esposto nel Foro.
Nel 445, con un plebiscito, venne abolito il divieto di matrimonio tra patrizi e plebei.
Nel 367 le leggi Licinie Sestie stabilirono che uno dei due consoli potesse essere plebeo. Dopo questa legge i plebei vennero via via eletti alle principali cariche politiche, nel 254 si ebbe il primo pontefice massimo plebeo.
La legge Hortensia del 287 stabilì che i plebisciti avevano lo stesso valore delle leggi rogatae, che erano le leggi approvate dai comizi centuriati, che vincolavano tutto il popolo romano. (wiki:Lista delle leggi romane)
25 settembre 2014
Le origini di Roma: i luoghi
Nella mappa sono indicati alcuni dei luoghi più antichi della Roma delle origini.
Esplora i link:
Il Palatino
Il Campidoglio
25 settembre 2013
L'episodio di Virginia Livio, Ab urbe condita, III, 44-57
44 A questo orribile episodio ne seguì in città un altro, nato dalla
libidine. Le conseguenze non furono tuttavia meno disastrose di quelle
che, a causa dello stupro e del suicidio di Lucrezia, avevano in passato
portato alla cacciata dei Tarquini dal trono e da Roma. Così non
soltanto la fine dei decemviri e dei re fu uguale, ma uguale fu anche la
causa della perdita del potere. Appio Claudio venne preso dalla smania
di possedere una vergine plebea. Il padre della ragazza, un uomo
esemplare in pace e in guerra, comandava con onore una centuria
sull'Algido. Nello stesso modo era stata educata sua moglie e la stessa
educazione ricevevano i figli. Egli aveva promesso in sposa la figlia
all'ex-tribuno Lucio Icilio, un uomo risoluto e di provato coraggio
nelle lotte a favore della plebe. Appio, innamorato pazzo della ragazza -
ormai adulta e straordinariamente bella - tentò di sedurla con proposte
di denaro e con promesse. Ma, quando si rese conto che il pudore della
ragazza gli precludeva ogni via, decise di ricorrere a una crudele e
arrogante violenza. Diede disposizione a un suo cliente di nome Marco
Claudio di andare a reclamare la ragazza come sua schiava e di non
cedere di fronte a chi ne chiedesse la libertà provvisoria, pensando che
l'assenza del padre fosse una circostanza favorevole a quel sopruso.
Così, mentre la ragazza si stava recando nel foro - dove, nei
padiglioni, avevano sede le scuole - il mezzano della libidine del
decemviro le mise le mani addosso dicendo che era una schiava, figlia di
una sua schiava, e le ordinò di seguirlo: se avesse opposto resistenza
l'avrebbe trascinata via con la forza. La ragazza, sbigottita, rimase
senza parole, ma le urla della nutrice, che implorava a gran voce la
protezione dei Quiriti, fecero subito accorrere molta gente. I nomi di
Verginio, il padre, e di Icilio, il fidanzato, erano sulla bocca di
tutti. Per la stima di cui essi godevano presero le parti della ragazza i
conoscenti, per l'indegnità dell'affronto la folla. La ragazza era
ormai al sicuro dalla violenza, quando colui che la reclamava protestò
dicendo che tutta quella gente non aveva alcun motivo di agitarsi: egli
procedeva legalmente e non con la forza. Quindi citò la ragazza in
giudizio. Siccome gli astanti che l'avevano aiutata le consigliarono di
seguirlo, si presentarono tutti di fronte al tribunale di Appio. Lì
l'accusatore inscenò una commedia ben nota al giudice - proprio lui ne
aveva congegnato la trama -: la ragazza, nata nella sua casa, era in
seguito stata rapita e portata in quella di Verginio, al quale era stata
fatta passare per figlia sua. Diceva di avere le prove e di essere in
grado di dimostrarlo al giudice, anche se fosse stato Verginio in
persona, al quale toccava il danno maggiore. Per il momento era giusto
che la schiava seguisse il padrone. I difensori della ragazza dissero
che Verginio non era in città perché serviva la repubblica: se fosse
stato informato, tempo due giorni, si sarebbe presentato. Siccome era
ingiusto che si trovasse coinvolto in una controversia legata ai figli
proprio durante la sua assenza, chiesero ad Appio di sospendere il
giudizio fino al ritorno del padre, in maniera tale che, in base alla
legge fatta approvare proprio da lui, si garantisse la libertà
provvisoria alla ragazza, e non si permettesse così che la reputazione
di una giovane illibata potesse esser messa in pericolo ancor prima che
venisse emanato un giudizio circa la sua libertà.
45 Appio prima di pronunziarsi sottolineò quanto egli fosse favorevole
alla libertà: lo dimostrava proprio la legge invocata dagli amici di
Verginio per sostenere la loro richiesta. Tuttavia tale legge avrebbe
continuato a essere una garanzia sicura per la libertà, solo a patto che
non subisse modifiche a seconda delle situazioni e delle persone:
infatti nei casi di rivendicazione della libertà - visto che chiunque
poteva intentare una simile azione legale - la libertà provvisoria era
un diritto garantito. Ma, nel caso di una donna che si trovava sotto
l'autorità paterna, allora la sola persona a favore della quale il
padrone doveva rinunciare al possesso era appunto il padre. Di
conseguenza sentenziò di farlo chiamare. Nel frattempo colui che la
rivendicava non avrebbe dovuto esser privato del diritto di portarsi a
casa la ragazza, promettendo però di farla comparire una volta che fosse
arrivata la persona che sosteneva di esserne il padre.
Contro l'ingiustizia della decisione si levò un mormorio di
disapprovazione, senza però che neppure uno osasse opporvisi
apertamente. LA questo punto arrivarono Publio Numitorio, lo zio materno
della ragazza, e il fidanzato Icilio. La folla fece loro largo poichè
pensava che Icilio, col suo intervento, potesse opporsi ad Appio; un
littore disse che ormai il verdetto era stato emesso e allontanò con la
forza Icilio che protestava a gran voce. Un affronto tanto crudele
avrebbe infiammato anche un temperamento mite. "Se vuoi cacciarmi via di
qua, o Appio, sperando di far passare sotto silenzio ciò che non vuoi
venga alla luce," gridò Icilio, "dovrai ricorrere alle armi. Questa
ragazza diventerà mia moglie e per ciò io voglio che sia pura il giorno
delle nozze. Dunque chiama pure tutti i littori, anche quelli dei
colleghi, ordina che si tengano pronti con le verghe e con le scuri, ma
stai pur sicuro che la promessa sposa di Icilio non passerà la notte
fuori dalla casa di suo padre. Se siete riusciti a togliere alla plebe
romana il sostegno dei tribuni e il diritto di appello, due baluardi a
difesa della libertà, non per questo è stato concesso alla vostra
lussuria pieno potere sui nostri figli e sulle nostre mogli. Infierite
pure sulle nostre spalle e sulle nostre teste, ma almeno lasciate stare
la castità delle donne. Se invece cercherete di violarla con l'uso della
forza, allora a difesa della mia promessa sposa io invocherò l'aiuto
dei Quiriti qui presenti, Verginio, per proteggere la sua unica figlia,
quello dei commilitoni e tutti noi quello degli déi e degli uomini,
mentre tu non riuscirai a eseguire questa sentenza senza versare il
nostro sangue. Io ti chiedo, Appio, di valutare con estrema attenzione
la strada che hai intenzione di percorrere. Verginio deciderà cosa fare
per la figlia non appena sarà qui. Ma di una cosa soltanto stai pur
certo: se si piegherà alle pretese di quest'uomo, dovrà cercare un altro
marito per la figlia. Quanto a me, nel rivendicare la libertà della mia
promessa sposa, rinuncerà prima alla vita che alla parola data."
46 La folla era in fermento e sembrava imminente uno scontro. I littori
avevano circondato Icilio, pur senza spingersi al di là delle minacce,
benché Appio dicesse che lo scopo di Icilio non era di difendere
Verginia ma, da uomo turbolento e ribollente di spirito tribunizio, di
cercare un pretesto per suscitare disordini. Lui, quel giorno, non
gliene avrebbe comunque fornito l'occasione. Ma sapesse sin da ora che
il trattamento di favore veniva concesso non alla sua insolenza, ma
all'assenza di Verginio, al nome di padre e alla libertà. Lui, Appio,
quel giorno non avrebbe emanato un verdetto né anticipato alcuna
decisione; avrebbe chiesto a Marco Claudio di rinunciare al suo diritto e
di lasciare libera la ragazza fino al giorno seguente. Se poi
l'indomani il padre non si fosse presentato, rendeva noto a Icilio e a
quelli come lui che né il legislatore sarebbe venuto meno alla propria
legge né la fermezza sarebbe venuta meno al decemviro. Non avrebbe fatto
ricorso ai littori dei colleghi: per domare i responsabili dei
disordini sarebbero bastati i suoi.
Dato che il sopruso era stato differito e i difensori della ragazza se
ne erano andati, si decise che prima di tutto il fratello di Icilio e il
figlio di Numitorio, due giovani risoluti, si dirigessero in fretta
verso la porta della città e poi corressero all'accampamento a chiamare
Verginio. La salvezza della ragazza era legata al suo presentarsi il
giorno seguente a vendicare il torto subìto.
47 A Roma stava albeggiando quando la gente, in piedi in trepida attesa
nel foro, vide arrivare insieme a una folla di sostenitori Verginio
vestito a lutto e con al braccio la figlia - anche lei vestita senza la
minima cura -, e accompagnati da alcune matrone. Lì egli cominciò ad
andare in giro in mezzo alla folla e a sollecitare i singoli, non
limitandosi a chiedere aiuto per misericordia, ma esigendolo come cosa
dovuta. Diceva di essere ogni giorno in prima linea a difesa dei loro
figli e delle loro mogli, e sosteneva che di nessun altro soldato si
potevano menzionare gesta più coraggiose e audaci compiute in guerra. A
cosa giovava se, in una città incolume, i suoi figli dovevano subire gli
estremi mali che si temono in una città conquistata? Si aggirava tra la
gente dicendo queste cose come se fosse stato nel pieno di un'arringa.
Appelli del tutto simili venivano lanciati da Icilio. Ma il pianto
silenzioso delle donne che li accompagnavano commuoveva più di qualsiasi
discorso. Di fronte a tutte queste manifestazioni, Appio, con un
pensiero fisso - tanta era la forza della follia, non dell'amore, che
gli aveva sconvolto la mente -, salì sul banco del tribunale. E mentre
colui che rivendicava la ragazza si stava brevemente lamentando perché
il giorno precedente non gli era stata resa giustizia per brighe
illegali, prima ancora che avesse completato la richiesta o Verginio
avesse avuto l'opportunità di ribattere, Appio lo interruppe. Forse
qualche versione tramandata dagli antichi autori del discorso che egli
premise alla sentenza risponde al vero. Ma dato che, per l'enormità
della sentenza, non mi è stato possibile trovarne una che fosse
plausibile, mi sembra opportuno riferire i nudi fatti riconosciuti da
tutti; cioè che Appio accordò la schiavitù provvisoria. Dapprima lo
stupore destato da una simile atrocità paralizzò tutti e per qualche
minuto fu il silenzio generale. Poi, quando Marco Claudio, che si era
fatto largo tra le matrone per afferrare la ragazza, venne accolto dal
coro di singhiozzi e di lacrime delle donne, Verginio, minacciando Appio
con il pugno chiuso, gridò: "Mia figlia, Appio, l'ho promessa a Icilio e
non a te, e l'ho allevata per le nozze, non per lo stupro. A te piace
fare come le bestie e gli animali selvatici che si accoppiano a caso? Se
questa gente lo permetterà, non lo so: ma spero che non lo
permetteranno quelli che possiedono le armi!"
Quando l'individuo che reclamava la ragazza venne respinto dal gruppo di
donne e di conoscenti che le stavano attorno, un araldo ordinò di fare
silenzio.
48 Il decemviro allora, pazzo di libidine, dicendo di non basarsi
soltanto sugli schiamazzi di Icilio del giorno prima e sulla violenza di
Verginio (di cui era stato testimone il popolo romano), ma avvalendosi
anche di certe informazioni avute, affermò di sapere per certo che
durante tutta la notte si erano tenute in città delle riunioni con
l'intento di organizzare una rivolta. Essendo quindi al corrente di quel
progetto bellicoso, era sceso nel foro accompagnato da una scorta
armata, certo non per usare violenza ai cittadini pacifici, ma,
conformandosi alle attribuzioni della sua carica, per schiacciare chi
turbava la quiete pubblica. "Da questo momento in poi, sarà meglio non
agitarsi troppo. Vai, littore," gridò quindi, "allontana la folla e
lascia libero il passaggio al padrone perché possa prendere la sua
schiava!" Dopo che Appio ebbe rabbiosamente tuonato queste parole, la
folla si disperse spontaneamente, e la ragazza rimase sola, preda
dell'ingiustizia. Allora Verginio, rendendosi conto di non poter più
contare su alcun sostegno, disse: "Innanzitutto, Appio, ti prego di
perdonare il dolore di un padre se poco fa ho inveito contro di te con
molta durezza. In secondo luogo permettimi di domandare alla nutrice,
qui in presenza della ragazza, come stanno le cose, cosicchè se mi si è
dato del padre e non era vero, almeno io possa andarmene con l'animo un
po' più sollevato." Ottenuto il permesso, prese con sé figlia e nutrice e
le portò presso il tempio di Venere Cloacina, vicino alle botteghe che
adesso si chiamano Nuove. Lì, dopo aver afferrato un coltello da
macellaio, disse: "Così, figlia mia, io rivendico la tua libertà
nell'unico modo a mia disposizione!" Detto questo, trafisse il petto
della ragazza e quindi, rivolgendo lo sguardo al tribunale, gridò: "Con
questo sangue, Appio, io consegno te e la tua testa alla vendetta degli
déi!" L'urlo che seguì questo atroce episodio attirò l'attenzione di
Appio il quale ordinò l'arresto di Verginio. Questi però, facendosi
largo col ferro dovunque passava e con la protezione della folla che gli
faceva da scorta, riuscì a raggiungere la porta della città.
(...) A chi gli domandava cosa fosse accaduto,
Verginio per lungo tempo non riuscì a rispondere, soffocato com'era dal
pianto. Ma alla fine, quando cessò lo scompiglio della folla che a poco a
poco si era venuta radunando e ci fu silenzio, Verginio raccontò
l'accaduto secondo l'ordine dei fatti. Poi, alzando le mani al cielo
come se stesse pregando, e rivolgendosi ai commilitoni, li supplicò di
non attribuire a lui il crimine, ma a Appio Claudio, e di non
respingerlo alla stregua di chi aveva ammazzato i propri figli. La vita
della figlia gli sarebbe stata più a cuore della sua, se la ragazza
avesse avuto la possibilità di vivere libera e pura. Ma quando se l'era
vista portar via come una schiava destinata allo stupro, pensando che
fosse meglio esser privati dei figli dalla morte piuttosto che
dall'oltraggio, la compassione lo aveva portato a commettere un atto in
apparenza crudele. Non sarebbe però sopravvissuto alla figlia, se non
avesse sperato di poterne vendicare la morte con l'aiuto dei
commilitoni. Anche loro avevano figlie, sorelle e mogli: la libidine di
Appio non si era certo spenta insieme con sua figlia, ma sarebbe
divenuta più sfrenata se non fosse stato punito. La disgrazia toccata a
un altro avvertiva ognuno di loro che stesse in guardia da un simile
sopruso. Quanto poi a lui, la moglie gliel'aveva portata via il destino,
mentre la figlia, visto che non avrebbe più potuto vivere conservando
la castità, era andata incontro alla morte triste, ma onorata. Nella sua
casa non c'era più posto per la libidine di Appio: da altre violenze di
costui, avrebbe difeso la propria persona con lo stesso animo con cui
aveva difeso la figlia. Che gli altri provvedessero quindi a se stessi e
ai propri figli.
Mentre Verginio urlava queste cose, la folla gridava che non avrebbe
dimenticato il suo dolore, né mancato di difendere la propria libertà. E
i civili, mescolati alla massa dei soldati, ripetevano le stesse cose,
insistendo su quanto più indegni sarebbero loro parsi i fatti se, invece
di sentirseli raccontare, li avessero visti coi propri occhi, e dicendo
che a Roma i decemviri avevano ormai le ore contate.
(...) Allora
Verginio disse: "L'oratoria è stata inventata per le cause incerte:
perciò, né io starò a perdere tempo sciorinandovi le accuse a carico di
un uomo dalla cui crudeltà vi siete liberati da soli con le armi, nè
permetterò che costui aggiunga agli altri suoi crimini l'impudenza di
difendersi. Dunque ti faccio grazia, Appio Claudio, di tutte le turpi ed
empie nefandezze che, una dopo l'altra, hai osato compiere nel corso di
due anni. Ma per una sola di esse io ordinerò di metterti in prigione,
se non sceglierai un giudice e gli dimostrerai di aver a buon diritto
negata la libertà provvisoria a una libera cittadina rivendicata come
schiava." Appio non riponeva alcuna speranza né nell'aiuto dei tribuni,
né nel verdetto del popolo. Ciononostante si appellò ai tribuni e,
quando una guardia lo afferrò, senza che nessuno si opponesse, Appio
disse: "Mi appello al popolo." Quella parola, che da sola garantisce la
libertà, uscita dalla bocca da cui poco tempo prima era stata
pronunciata una sentenza contro la libertà, provocò un grande silenzio.
Dentro di sé ciascuno mormorava che alla fin fine gli dei esistevano e
non trascuravano i casi umani; che, anche se in ritardo, tuttavia pene
non lievi colpivano l'arroganza e la crudeltà; che si appellava colui
che l'appello aveva abolito; che invocava il popolo colui che aveva
privato il popolo di ogni diritto; che era incarcerato e privato della
libertà colui che aveva condannato alla schiavitù una persona libera.
Tra il mormorio dell'assemblea si udì la voce dello stesso Appio
implorare la protezione del popolo romano. Ricordava i servigi resi alla
patria dai suoi antenati in pace e in guerra, la sua sfortunata opera a
favore della plebe romana, in conseguenza della quale, per rendere le
leggi uguali per tutti, aveva rinunciato al consolato con grande
rammarico dei patrizi, e infine le sue leggi, che erano ancora in vigore
mentre si conduceva in carcere chi le aveva proposte. Quanto poi al
bene e al male commessi, Appio disse che li avrebbe presi in esame
quando gli fosse stata concessa l'opportunità di perorare la propria
causa. Per il momento, in qualità di cittadino romano, secondo il comune
diritto di cittadinanza, Appio chiese che, fissata la data, gli fosse
permesso di parlare in propria difesa per poi affrontare il giudizio del
popolo romano. Non temeva l'odio nei suoi confronti tanto da non
riporre più alcuna speranza nell'equità e nella compassione dei suoi
concittadini. Se invece fosse finito in carcere senza che gli fosse
accordato di difendersi, allora si sarebbe di nuovo appellato ai tribuni
della plebe, avvertendoli di non imitare quelli che essi avevano
detestato. Se poi i tribuni si dicevano obbligati a negargli l'appello
in base all'accordo che essi rimproveravano ai decemviri di aver preso
in segreto, allora si sarebbe appellato al popolo, chiamando in causa le
leggi sul diritto d'appello proposte quello stesso anno sia dai consoli
che dai tribuni. Chi infatti poteva ricorrere in appello, se questo
diritto non era concesso a un cittadino che non era ancora stato
giudicato e del quale non si era sentita la difesa? Quale plebeo, quale
modesto cittadino avrebbe potuto trovare sostegno nelle leggi, se esse
non lo garantivano ad Appio Claudio? Il suo caso avrebbe stabilito se
con le nuove leggi si era consolidata la tirannide oppure la libertà, e
se il diritto d'appello al popolo e il ricorso contro le ingiustizie dei
magistrati erano veramente concessi o erano chiacchiere senza
fondamento.
(...)
57 Ma Verginio replicò che Appio Claudio era l'unico uomo a trovarsi al
di là della legge e a non avere alcun rapporto col consorzio umano e
civile. Invitò poi la gente a rivolgere lo sguardo al tribunale,
ricettacolo di ogni crimine: lì quel decemviro a vita, acerrimo nemico
dei cittadini e dei loro beni, delle loro persone e del loro sangue, che
minacciava tutti con verghe e scuri, senza portare alcun rispetto a dei
e uomini. Circondato com'era non di littori ma di carnefici, aveva
ormai spostato i suoi interessi dalle razzie e dagli assassini alla
libidine: così, di fronte agli occhi di tutto il popolo romano, aveva
strappato dalle braccia del padre una ragazza di condizione libera e,
trattandola alla stregua di una prigioniera di guerra, l'aveva data in
dono a un cliente che in casa sua gli faceva da cameriere. Sui banchi di
quel tribunale Appio, con una sentenza disumana e un'assegnazione
nefanda, aveva armato la mano destra di un padre contro la figlia.
Sempre in quel tribunale, mentre il fidanzato e lo zio sollevavano da
terra il corpo esanime della giovane, aveva ordinato che fossero
imprigionati, infuriato più per l'impedimento dello stupro che per
l'uccisione della ragazza. Anche per Appio era stato costruito quel
carcere che lui amava definire residenza del popolo romano. Perciò,
anche se avesse continuato ad appellarsi all'infinito, all'infinito
Verginio gli avrebbe intimato di presentarsi di fronte a un giudice per
dimostrare di non aver pronunciato una sentenza di schiavitù provvisoria
nei riguardi di una libera cittadina. Se poi Appio non fosse comparso
di fronte al giudice, allora avrebbe dato ordine di portarlo in prigione
come se fosse stato condannato. Fu condotto in carcere; anche se
nessuno si alzò per esprimere disapprovazione, ciononostante grande fu
il disagio, perché la punizione di una personalità così importante
faceva sembrare alla plebe eccessiva la sua stessa libertà.
23 settembre 2013
Gentes, familiae, senatus, rex, curiae et plebs
La Curia Foro romano Roma
Nell'antica
Roma, come in molte città stato, governavano gli uomini delle famiglie
più potenti: le gentes. La gens era un gruppo di famiglie che si
riconoscevano discendenti da un comune antenato, esse si identificavano e
riconoscevano dal nomen. Tra le più antiche gentes ricordiamo :
Aemilia, Antonia, Claudia, Cloelia, Cornelia, Fabia, Giulia, Junia,
Licinia, Lucretia, Manlia, Marcia, Pompeia, Sempronia, Sergia, Tullia,
Valeria lista delle genti romane.
Erano proprietarie delle terre e esercitavano il potere. I membri delle gentes erano detti patrizi.
I capi delle gentes, ovvero gli uomini più anziani delle famiglie, formavano il senato.
I
senatori inizialmente 100 e poi via via sempre più numerosi,
prendevano decisioni insieme al re, che veniva eletto tra di loro.
Gli
altri uomini delle gentes si riunivano in curie. La parola curia
significa riunione di uomini (co-viria). A Roma vi erano trenta curie,
dieci per ciascuna delle tre tribù: Tities, Ramnes, Luceres.
Gli
uomini delle curie si riunivano nei comizi curiati, essi prendevano
decisioni importanti, dichiaravano la guerra e riconoscevano il potere
del re dopo che era stato eletto dal senato.
Ogni curia forniva dieci
cavalieri e cento fanti; nei tempi più antichi l'esercito romano
pertanto era composto da una legione di trecento cavalieri e tremila fanti.
Per circa due secoli e mezzo questi uomini riconobbero il potere di un rex (753-509).
Il
rex aveva l'imperium, cioè il potere di impartire ordini e di
infliggere pene a chi si rifiutava di eseguirli e di comandare
l'esercito in guerra. Il re era anche sacerdote, pontifex, e presiedeva
a tutte le cerimonie religiose.
Tutti gli uomini che non
appartenevano alle gentes facevano parte della plebe, ovvero della
massa, moltitudine. Nel tempo più antico della monarchia i plebei non
avevano alcun diritto, non possedevano terre e non prestavano servizio
militare.
Una legge delle Dodici tavole proibiva il matrimonio tra patrizi e plebei.
La storia interna di Roma repubblicana è in buona parte la storia delle lotte dei
plebei per il raggiungimento della parità di diritti con i patrizi.
18 settembre 2013
Asylum
" Nel frattempo la città cresceva in fortificazioni che abbracciavano
dentro la loro cerchia sempre nuovi spazi: si costruiva più nella
speranza di un futuro aumento della popolazione che per gli uomini che
vi erano. Poi perché la grandezza della città non fosse inutile,
(Romolo), (...)aprì un asilo, dove ora c'è un recinto tra due boschi. Lì
si rifugiò una massa di uomini, senza distinzione di schiavi o liberi,
provenienti dai popoli vicini e desiderosi di cose nuove." (Livio, Ab
urbe condita, libro I, 8)
Nel suo antico libro lo storico romano Livio parla di un asilo, aperto da Romolo, destinato a luogo di raccolta per uomini, che fuggendo da altri luoghi, volevano stabilirsi nella nuova città. Il luogo dell'antico asylum è stato individuato dalle ricerche archeologiche:
" La
collina (del Campidoglio) si sviluppava su due alture principali, Capitolium e Arx, separate da una sella denominata Asylum.
Al di sotto di quest'ultima aveva origine una paleofrana che proseguiva
fino all'area del Comizio. La pendice era quindi disseminata di
materiali scivolati fra cui frammenti di tufo lionato e cappellaccio.
Grandi massi di cappellaccio grigio sono ancora visibili nell'area del
Tempio di Saturno e da uno di questi potrebbe aver avuto origine la
denominazione di Lapis Niger (Ammerman, 1995). Una piccola collinetta si staccava dalla pendice dell'Arx,
forse dove poi sarebbe sorta la prima Curia (Carafa, 1994). Di qui si
dominava infatti il ripiano, che nel VII sec. a.C. verrà adattato con
uno sbancamento a ospitare il Comizio." (N. Terrenato in Roma in Enciclopedia dell'arte antica Treccani)
11 settembre 2013
Luca Canali Controstoria di Roma: Un secolo maledetto
![]() |
| Morte di Cesare, Vincenzo Camuccini, 1798 |
|
Luca Canali nel capitolo V della sua Controstoria di Roma racconta il primo secolo a.C. da Mario ad Augusto. La tesi principale dello studioso è che in questo secolo a Roma si ebbe una spietata lotta di classe tra "aristocrazia" o optimates e "borghesia" o populares, opposti gruppi di potere mossi dall'avidità e dall'ambizione.
" II primo secolo a.C. è probabilmente il più
feroce e turbolento dell'intera storia di Roma.
Tutto sembra essere travolto da una spietata e
sanguinosa lotta di classe, e questo conflitto (fra aristocrazia e
«borghesia» degli equites, a volte sostenuta dal proletariato
armato e arruolato nelle legioni dopo la riforma mariana
dell'esercito) si trasforma in una serie interminabile di guerre
civili, combattute all'ultimo sangue da cittadini contro altri
cittadini mossi non tanto da ideali diversi, come taluni vorrebbero
far credere, ma da opposti interessi economico—finanziari e di
prestigio politico-giudiziario.
Sulla scia del vasto programma riformatore dei
Gracchi si verificò la vittoria di Mario, splendido generale, uomo
politico impulsivo e violento, capo riconosciuto del partito dei
populares. Ma fu lui che, con le sue vendette antiaristocraticbe,
diede inizio al funesto e feroce metodo delle proscrizioni. Poi ebbe
il sopravvento Silla, spietato, lucido, imperturbabile paladino degli
interessi aristocratici, rappresentati dagli optimates arroccati nel
Senato. E le proscrizioni di Silla furono, se possibile, ancora più
feroci di quelle di Mario.
Le proscrizioni sono forse il capitolo più infame
della storia di Roma: un esercito di delatori denuncia gli oppositori
(o presunti tali) dietro lauti compensi, intere famiglie sono
sterminate e i loro beni incamerati dalla fazione vincente o dai
delatori stessi. La delazione diventa una professione lucrosissima
che attira molti cittadini anche — fino allora — onorati.
La vittoria e la dittatura sillana provocano la
fuga o l’esilio d’innumerevoli seguaci di Mario, i quali si
rifugiano prevalentemente in Spagna, dove Sertorio (un eques
energico, idealista e un po’ visionario, ma valoroso combattente)
«inventa» un Senato ispanico-lusitano, una specie di Antisenato che
intende opporsi a quello romano dominato da Silla. Sertorio crea seri
problemi per lo Stato romano, che gli spedisce contro Pompeo e
Metello. Sertorio ottiene buoni risultati in battaglia ma, reso
impopolare dall'alleanza che stringe con Mitridate e con i pirati che
infestano il Mediterraneo, viene infine ucciso a tradimento da
Perperna, suo presunto alleato.
Qualche decennio più tardi Catilina, ex ufficiale
di Silla, pone per tre anni successivi la sua candidatura al
consolato. Con sfacciati brogli elettorali Cicerone gli sbarra il
passo. Catilina passa quindi alla lotta illegale. Illegalità contro
illegalità. E abile, dinamico, astuto, energico, si pone alla testa
del proletariato agricolo e della moltitudine di «indebitati» nella
gravissima crisi economica che attanaglia l'Italia. Ordisce una
congiura che ha come fine un golpe contro il Senato. Scoperta la
congiura, Catilina passa all’aperta lotta armata contro gli
eserciti consolari che, dopo aspra battaglia, sconfiggono il suo
esercito di sbandati. Catilina muore combattendo valorosamente.
E giunge l’ora di Cesare; proconsole della
Gallia transalpina, con fulminee campagne piega tutte le tribù
galliche e ad Alesia cattura Vercingetorige, il valoroso e
leggendario capo dell'insurrezione gallica. Ciò avviene contro la
volontà del Senato, che gli ordina di tornare a Roma, lasciato il
comando delle legioni. Cesare condottiero invincibile e capo
indiscusso del partito «democratico» — attraversa invece il
Rubicone, che costituisce il confine nord dello Stato romano, e
comincia le operazioni militari «rivoluzionarie» (egli è stato
dichiarato «nemico pubblico» con un senatoconsulto che decreta lo
stato di emergenza). Pompeo, ex collega di Cesare (con Crasso) nel
primo triumvirato, volta gabbana e si schiera con il Senato, ma
invece di difendere l’Italia fugge in Grecia, dove Cesare lo
insegue e lo sconfigge sanguinosamente a Farsàlo. E di nuovo Pompeo
fugge, questa volta in Egitto, dove anziché trovare riparo viene
ucciso per ordine dei regnanti di quel paese. I pompeiani superstiti
resistono, Cesare li sconfigge prima in Africa (a Tapso), poi in
Spagna (a Munda).
Cesare diventa padrone di Roma. E «dittatore
perpetuo», prepara una spedizione contro i Parti, ma una congiura —
guardata certamente con favore da Cicerone ed eseguita sotto la
direzione di Bruto e Cassio — lo uccide.
Ottaviano, pronipote di Cesare, adottato come
figlio dal dittatore poco prima della morte, sbarca dalla Grecia in
Italia alla testa di un esercito reclutato a proprie spese per
vendicare la morte del padre adottivo assassinato. Ha soltanto
diciannove anni, ma è già un «politico di consumata esperienza»
(secondo la definizione dello storico Santo Mazzarino). Dapprima
s’allea con Marco Antonio e con Lepido (secondo triumvirato) e con
loro dà inizio ad un’altra ondata di feroci proscrizioni: la
vittima più illustre è Cicerone, sgozzato e decapitato mentre è in
fuga verso il mare dalla sua villa di Formia.
Ben presto sorgono gravi dissidi fra Ottaviano e
Antonio. Comincia una nuova guerra civile. Antonio si rifugia
anch’egli come Pompeo in Egitto, nasce l'amore fra lui e Cleopatra.
Si giunge poco dopo allo scontro definitivo che avviene davanti al
promontorio di Azio. Le agili liburne (imbarcazioni maneggevoli molto
usate dai pirati illirici) di Ottaviano hanno ragione della flotta
antoniana, che viene quasi completamente distrutta. Cleopatra e
Antonio si uccidono. Ottaviano è il nuovo padrone di Roma. Dopo
quell’interminabile «secolo maledetto», quel giovane poi
denominato Augusto ha soprattutto il merito di aver donato allo
stremato popolo romano una lunga pace, la pax augusta. Augusto non
crea un nuovo titolo per il suo potere, ma assume sulla sua persona
le cariche principali dello Stato romano: il consolato, il
proconsolato di tutte le province dell’impero, il potere
tribunizio, il pontificato massimo. Si atteggia a restauratore,
ossequia il Senato, vuole moralizzare la vita pubblica e privata,
secondo il «costume degli avi». In realtà è un monarca assoluto
che stabilisce una dittatura militare e burocratica e sancisce la
vittoria del ceto equestre (la «borghesia» finanziaria e
mercantile) che era stata l’ondivaga protagonista di tutte le lotte
di classe dai Gracchi fino a Cesare." (Luca Canali, Controstoria di Roma, cap.V pp.95-97)
|
Il discorso di Menenio Agrippa alla plebe Livio, Ab urbe condita, II, 32
32 (...) Questa è la versione più accreditata. Stando invece a quella adottata da
Pisone, la secessione sarebbe avvenuta sull'Aventino. Lì, senza nessuno
che li guidasse, fortificarono in tutta calma il campo con fossati e
palizzate limitandosi ad andare in cerca di cibo e, per alcuni giorni,
non subirono attacchi né attaccarono a loro volta. Roma era nel panico
più totale e il clima di mutua apprensione teneva tutto in sospeso. La
plebe, abbandonata al suo destino, temeva un'azione di forza organizzata
dal senato; i senatori temevano la parte di plebe rimasta in città, ed
erano incerti se fosse preferibile che essa rimanesse o se ne andasse. E
poi, quanto sarebbe durata la calma dei secessionisti? Che cosa sarebbe
successo se nel frattempo fosse scoppiata una guerra con qualche paese
straniero? La sola speranza era rappresentata dalla concordia interna:
per il bene dello Stato andava restaurata e a qualunque costo.
Si decise allora di mandare alla plebe come portavoce Menenio Agrippa,
uomo dotato di straordinaria dialettica e ben visto per le sue origini
popolari. Una volta introdotto nel campo, pare che raccontò questo
apologo con lo stile un po' rozzo tipico degli antichi: "quando le
membra del corpo umano non costituivano ancora un tutt'uno armonico, ma
ciascuna di esse aveva un suo linguaggio e un suo modo di pensare
autonomi, tutte le altre parti erano indignate di dover sgobbare a
destra e a sinistra per provvedere a ogni necessità dello stomaco,
mentre questo se ne stava zitto zitto lì nel mezzo a godersi il bendidio
che gli veniva dato. Allora, decisero di accordarsi così: le mani non
avrebbero più portato il cibo alla bocca, la bocca non si sarebbe più
aperta per prenderlo, né i denti lo avrebbero più masticato. Mentre,
arrabbiate, credevano di far morire di fame lo stomaco, le membra stesse
e il corpo tutto eran ridotti pelle e ossa. In quel momento capirono
che anche lo stomaco aveva una sua funzione e non se ne stava inoperoso:
nutriva tanto quanto era nutrito e a tutte le parti del corpo
restituiva, distribuito equamente per le vene e arricchito dal cibo
digerito, il sangue che ci dà vita e forza". Mettendo in parallelo la
ribellione interna delle parti del corpo e la rabbia della plebe nei
confronti del senato, Menenio riuscì a farli ragionare.
33 (...) Venne allora affrontato il tema della riconciliazione e si giunse al
seguente compromesso: la plebe avrebbe avuto dei magistrati sacri e
inviolabili il cui compito sarebbe stato quello di prendere le sue
difese contro i consoli, e nessun patrizio avrebbe potuto avere
quest'incarico.
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